FERRARI Studio

Non proprio inglese, non proprio urdu. In Pakistan non ci limitiamo a parlare inglese – noi lo adattiamo, lo trasformiamo e lo rendiamo nostro

Articolo originale: “Not quite english, not quite urdu“, di Fouzia Nasir Ahmad, pubblicato su The Express Tribune Aprile 2026.

Traduzione di Alessandra Zuanazzi

KARACHI –

Avete mai notato che quando parliamo inglese con i nostri familiari e amici, spesso sembra una traduzione letterale dell’urdu, eppure tutti lo capiscono perfettamente? E’ ben diverso rispetto a quando parliamo inglese con un madrelingua britannico o americano, quando anche inconsciamente cerchiamo di perfezionare il nostro accento e selezionare il nostro vocabolario in modo più accurato. Dopotutto, probabilmente non capirebbero cosa significano espressioni come «time pass» o «chill scene», giusto?

 

Nel corso dei decenni, la lingua inglese in Pakistan si è evoluta in una varietà particolare nota come desi English fondendosi con l’urdu, il punjabi, il pashto, il sindhi, il balochi e il gujarati, dando vita a un ibrido unico nel suo genere in termini di lessico, sintassi ed espressioni culturali. L’urdu, gia da sé un amalgama di diverse lingue, è molto ricettivo e adatto all’assimilazione di parole provenienti da altre lingue. Non solo grazie ai suoi più di 50 caratteri alfabetici e suoni fonetici, ma anche grazie al fatto che chi lo parla dimostra una particolare attitudine e vivacità nel cogliere parole ed espressioni da altre lingue.

 

Quest’evoluzione include un ricorso frequente al code-switching, l’adozione di sfumature culturali regionali e la creazione di nuovo lessico influenzato dalla politica locale, dalla cucina e dal gergo militare, che riflette un passaggio verso un’identità locale “nativizzata”. Alcune parole inglesi sono così comunemente utilizzate parlando urdu, da sembrare ormai parole urdu, per esempio spicy, relax e smart.

 

Questa “pakistanizzazione” dell’inglese è alimentata dai media, dai social media e da una generazione di giovani che lo adotta come lingua vivace e dinamica piuttosto che come una lingua straniera rigida.

 

In Pakistan l’inglese è più di una semplice lingua: è un’impronta indelebile del dominio coloniale che continua a determinare il successo (o meno) delle persone. Dalle aule ai corridoi del potere, traccia silenziosamente i confini tra privilegio ed esclusione. Sebbene affondi le sue radici nel periodo coloniale britannico, l’inglese continua ad essere la chiave per accedere alle opportunità, dominando la comunicazione ufficiale e l’accesso all’istruzione, al potere e alla scalata sociale. In un paese in cui la padronanza della lingua è spesso sinonimo di intelligenza e status sociale, ciò non fa che accentuare il divario tra chi la possiede e chi no, perpetuando nel presente le gerarchie coloniali.

 

Secondo il Contemporary Journal of Social Science Review, volume 3, n. 4 (2025), nonostante l’inglese pakistano abbia conosciuto una significativa evoluzione linguistica e socioculturale, continua a essere sottovalutato come variante unica di questa lingua negli ambienti accademici, educativi e decisionali del Pakistan. La letteratura esistente documenta i cambiamenti strutturali, lessicali e fonologici dovuti alla globalizzazione e all’identità locale; tuttavia, questi aspetti vengono spesso trattati come deviazioni, anziché suggerire che si tratti di una forma linguistica ben distinta. La ricerca sull’inglese pakistano – in particolare studi dettagliati e sistematici sia in ambito accademico sia nella pratica quotidiana – è ancora limitata. Per questo motivo, non se ne comprende appieno la sua duplice natura: da un lato eredità della storia postcoloniale e, dall’altro, lingua dal crescente potenziale globale.

 

Secondo alcuni studi, l’inglese pakistano presenta caratteristiche strutturali derivanti dall’urdu e dalle lingue locali, in particolare per quanto riguarda la pronuncia, l’accentuazione e l’innovazione lessicale. Queste caratteristiche ricorrenti dimostrano inoltre che l’inglese pakistano sta sviluppando i propri canoni, senza limitarsi a riprodurre quelli britannici o americani. La comunicazione digitale ha accelerato questo processo dando vita all’innovazione linguistica nei giovani parlanti, che spesso combinano espressioni locali con l’inglese nell’ambiente online.

 

L’inglese è un chiaro indicatore della classe sociale di appartenenza, dato che la padronanza di questa lingua è comunemente considerata un segno di intelligenza, raffinatezza o cosmopolitismo; al contempo, il Contemporary Journal of Social Science Review, volume 3, n. 4 (2025), rivela che chi ha una conoscenza più limitata dell’inglese viene percepito come meno capace, a prescindere dalle sue reali competenze.

 

Ecco alcune espressioni e parole che vengono usate in modo particolare qui in Pakistan.

 

Ci piace rendere plurale ogni cosa: beautifuls, summers, winters.

 

Fresh up invece di freshen up

 

Blender mistake invece di blunder

 

Jeans ki pant per jeans

 

Jeans ki jacket per denim jacket

 

Coke ki botal invece di Coke

 

Dressing invece di style

 

Style invece di swag

 

Mitting invece di meeting

 

More down invece di lower

 

Full and final invece di final

 

Chill scene invece di being relaxed

 

Scene kya hai per what’s the plan

 

Time pass per mediocre

 

Outclass per beyond excellent

 

Very English per super refined

 

Preponeto bring forward

 

Pass outto graduate

 

I am knowingit is in my knowledge

 

No?is it not?

 

Only – just

 

Biodata – utilizzato tutt’ora nei CV

 

Do the needfulfollow the instruction

 

Revert – respond

 

Call karlo – call me

 

Send karden send

 

Half-fry – sunny side up

 

Next to next weekweek after next

 

Same to same – same

 

Out of station – out of town

 

On the backside – dietro

 

God promise – una promessa più che mantenuta!

 

Do one thing – ecco un’idea

 

First class – super good

 

Shopper – borsa di plastica della spesa

 

Refill karlo – refill

 

Top up karlo – top up

 

Recharge karlo – recharge

 

Kya problem hai? – qual è il problema?

 

Phone on karo – accendi il telefono

 

Fabrication – fabric

 

Potete riderci su, ridacchiare o storcere il naso, ma ogni frase racchiude in sé un mondo intero: contesto, cultura, intimità implicita. Forse non supererebbero un test di grammatica a Londra o a New York, ma ottengono qualcosa di più importante qui: la riconoscibilità, la comprensibilità.

 

Quindi forse la domanda non è più se l’inglese pakistano sia “ct.” (ovvero, corretto).

 

La vera domanda è: chi ha il diritto di decidere cosa significhi «correttezza»?

 

Perché, in fin dei conti, le lingue non rimarranno mai pure: sono vive, e la cosa più importante è che rimangano vive, piuttosto che pure. Voglio dire, chi parla più il sumero, l’accadico, l’egizio antico e l’ebraico biblico? Queste lingue sono scomparse proprio nella loro forma pura, immutate e stagnanti. Ma l’inglese pakistano, in tutta la sua gloria ibrida, creativa e un po’ ribelle, è più vivo che mai!

 

Sono rimasto affascinato nello scoprire che esiste un’organizzazione senza scopo di lucro chiamata The English Speaking Union of Pakistan (ESUP), fondata nel 1961, che fa capo a un’organizzazione madre, l’ESU, fondata nel Regno Unito nel 1918 da Sir Evelyn Wrench. Nel corso degli anni, l’ESUP è stata guidata da diverse personalità di spicco, tra cui Kader Jaffer, Byram Avari (defunto), Shahida Jameel e Hussain Haroon.

 

Oltre ad organizzare competizioni nazionali, a promuovere relazioni internazionali e ad offrire una serie di opportunità sia agli studenti che agli insegnanti, l’ESUP ha creato piattaforme volte a mettere in contatto persone provenienti da contesti diversi.

 

«L’apprendimento di una lingua straniera non è né facile né un fenomeno naturale», afferma Zohra Ashraf, membro del Consiglio esecutivo nazionale dell’ESUP, parlando dell’evoluzione del «Urdlish» o «Paki(E)nglish». «Di solito, si manifesta inizialmente con una riluttante presa di coscienza della necessità di colmare lacune nella comunicazione essenziale. Successivamente si evolve verso soluzioni semplici, attingendo a un vocabolario comunemente sentito e utilizzato, per poi passare gradualmente ad adattamenti grammaticali nella formazione sintattica e, infine, sviluppare strutture linguistiche ibride, una cultura e caratteristiche proprie e peculiari».

 

Spiega che, prima di comprendere appieno in che modo una lingua ibrida si differenzia da una lingua pura, autentica e naturale, è necessario capire come avviene l’acquisizione delle lingue.

 

«Il metodo più naturale e spontaneo per acquisire una lingua in modo intrinseco è quello di nascere in quel contesto linguistico, piuttosto che impararla in una fase successiva della vita», spiega Ashraf. «L’apprendimento inizia già nel grembo materno, con lo sviluppo quotidiano dell’embrione che assorbe informazioni dall’ambiente simbiotico che lo circonda, e prosegue dopo la nascita attraverso gli stimoli provenienti dall’ambiente, dalla cultura e dalle tradizioni che lo circondano.

Un altro modo per imparare una lingua è immergersi nel suo ambiente».

 

La mente umana è stata concepita anche per assorbire una lingua attraverso i sette organi sensoriali del corpo. Persone con diversi livelli di sensibilità, QI (quoziente intellettivo), QE (quoziente emotivo), intelligenza e capacità sensoriali acquisiscono la nuova lingua in base alle loro capacità di comprensione e assimilazione.

 

«Chi non è abbastanza motivato», sottolinea Ashraf, «ha bisogno della lingua per destreggiarsi nelle attività quotidiane, ma si accontenta di raggiungere un livello misto di padronanza della lingua». L’inglese, unica lingua europea ad essersi diffusa capillarmente in tutti i paesi del mondo, è diventato naturalmente il punto di riferimento per lo sviluppo delle lingue ibride nel mondo di oggi. «Tutto è iniziato con la diffusione della lingua come lingua coloniale, per poi evolversi in lingua globale del commercio e della condivisione delle conoscenze, fino ad acquisire gradualmente lo status di lingua della comunicazione universale, formale, politica e strategica».

 

Dall’inizio del nuovo millennio, l’inglese si è autoproclamato portavoce di amicizia e di pace nel mondo. «In effetti, ovunque l’inglese si sia diffuso, ha piantato i propri semi e ha creato le condizioni per la nascita di lingue ibride, favorendo l’integrazione del lessico, delle caratteristiche linguistiche e dei simboli culturali inglesi nel tessuto delle lingue nazionali autoctone», spiega Ashraf. «La naturale conseguenza è stata la comparsa di lingue miste, ovvero l’inglese con il cinese mandarino, noto come “mandlish”; con il malese come “minglish”; con l’hindi come “hindlish”; con lo swahili come “swanglish” e presto il mondo si abituerà al “urdlish” o al “pakinglish”.

 

Come altrove, anche in Pakistan si era inizialmente manifestata un’avversione per l’inglese, che veniva considerata la lingua degli schiavisti e, di conseguenza, andava detestata ed evitata. Tuttavia, a oltre mezzo secolo di distanza dalle grandi guerre, lo sviluppo e la modernizzazione hanno portato a una prosperità tangibile della classe privilegiata dei “ricchi”. Una volta capito questo, gli “have nots”, ovvero i poveri, non hanno tardato a voler salire sul carro dei “want to haves”, ovvero i ricchi.

 

Discutendo il ruolo dei media digitali nello sviluppo dell’inglese desi, Ashraf ha spiegato che l’accesso facile ed economico alla tecnologia – una sorta di bacchetta magica dei nostri giorni che ha reso disponibili informazioni e competenze didattiche con un semplice clic e ha dato vita a un linguaggio in rapida evoluzione grazie al vocabolario degli hashtag – ha dato il via a una vera e propria magia. “È stata l’idea di un mago che ha inventato l’arte di traslitterare l’urdu in caratteri latini e, in un batter d’occhio, è nato l’”Urdlish”, commenta.

 

Parole inglesi di uso comune sono state incorporate nelle espressioni urdu per rendere più accessibile e intuitiva la lingua inglese, meno conosciuta, ad esempio: «Woh tau habitually late atay haine» / «barri he stormy barish thi» / «baby ko stomach ache ho raha hai» / «terrorist bhaag gaya» / ecc.

 

Il processo si è evoluto gradualmente verso il predominio dell’inglese, con l’inserimento di parole urdu che sono state mantenute e adattate alle strutture grammaticali e sintattiche dell’inglese o dell’urdu a seconda delle necessità.

 

L’urdulish è una variante tipica dell’inglese pakistano che presenta chiari segni non solo dell’introduzione di vocaboli urdu nell’inglese, ma anche della tonalità e della cadenza dell’urdu, nonché di adattamenti strutturali. Ad esempio: I was sick, lekin, I went to the maiyyat/ we had lassi, samosas, laddoos and kachoriyaan.

 

Ci stiamo davvero avviando verso una lingua ibrida urdu-inglese accettata e consolidata? «Sì, assolutamente», conferma Ashraf. «È così che va il mondo, e va considerato con coraggio un diritto quello di muoversi nel modo più semplice e diretto, senza curarsi delle convenzioni o delle sottigliezze culturali della lingua. In amore e in guerra tutto è lecito. E questa è proprio la lotta degli “have nots” per diventare ricchi (“have it now to keep forever!”).

 

Con un sorriso, aggiunge: «Una lettura politica, per quanto non proprio sana né equa, è quella secondo cui, poiché la lingua è la forza coesiva più potente capace di tenere unite le persone anche al di là dei confini geografici, forse l’Inghilterra ha creato una nuova colonia mondiale fondata sui legami linguistici». Un argomento da approfondire in un’altra occasione.

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