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		<title>Come le lingue riciclano parti di parole per evitare ambiguità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[info@ferraristudio.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 08:52:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Paul Arnold, Phys.org &#8211; editing di Gaby Clark, revisione di Robert Egan. Traduzione di Alessandra Zuanazzi &#160; Molte lingue riciclano le parole attribuendo ad esse significati diversi. In inglese, ad esempio, “run” può significare “correre” ma anche gestire qualcosa, come in “run a company” (gestire un’azienda). Oppure in spagnolo, dove il termine “lengua” indica [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">di <a href="https://sciencex.com/help/editorial-team/paul-arnold/">Paul Arnold</a>, <em>Phys.org</em> &#8211; editing di <a href="https://sciencex.com/help/editorial-team/">Gaby Clark</a>, revisione di <a href="https://sciencex.com/help/editorial-team/">Robert Egan</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Traduzione di Alessandra Zuanazzi</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>


<p>&nbsp;</p>
<p>Molte lingue riciclano le parole attribuendo ad esse significati diversi. In inglese, ad esempio, “<em>run”</em> può significare “correre” ma anche gestire qualcosa, come in “<em>run a company</em>” (gestire un’azienda). Oppure in spagnolo, dove il termine “<em>lengua”</em> indica sia l’organo della lingua sia l’idioma, quindi “<em>la lengua española</em>”. Questa modalità di riutilizzo delle parole è nota come <em>colexificazione</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Esiste però un altro tipo di riciclo, definito <em>colexificazione parziale</em>, secondo il quale le lingue riutilizzano solamente parti di parole. Un chiaro esempio è la parola inglese “<em>grand” </em>(grande)<em>, </em>che in inglese accomuna &#8220;<em>grandfather</em>&#8221; (nonno) e &#8220;<em>grandmother</em>&#8221; (nonna). Fino ad ora, tuttavia, si conosceva ben poco di regole, modelli e di quanta diffusione trovasse questo fenomeno nelle diverse lingue.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un recente studio, pubblicato sulla rivista <em>Nature Human Behaviour,</em> esplora come diverse lingue riutilizzino in modo sistematico queste piccole parti di parole, bilanciando simultaneamente l’efficienza con la necessità di mantenere distinti i significati. Barend Beekhuizen, del Dipartimento di Studi Linguistici dell’Università di Toronto Mississauga, in Canada, ha pubblicato un articolo di commento nella sezione <em data-start="176" data-end="190">News &amp; Views</em> della stessa rivista dedicato a questa ricerca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Un continuo braccio di ferro</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong>Prima di iniziare il loro studio, il team di ricercatori ha ipotizzato l’esistenza di un costante braccio di ferro tra due forze opposte che modellano il modo in cui i significati vengono associate alle parole. Si tratta della <em>compressione lessicale</em> (il riutilizzo di parole per garantire la massima semplicità) e la <em>differenziazione lessicale</em> (l’uso di forme diverse per evitare ambiguità nei significati). Una lingua, quindi, può certamente riutilizzare le stesse forme per significati correlati; tuttavia, un riutilizzo eccessivo rischia di complicare la distinzione tra tali significati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I ricercatori hanno esaminato un vastissimo database linguistico, <em>Lexibank</em>, che raccoglie elenchi di parole derivanti da molte lingue. In particolare, hanno analizzato dati provenienti da oltre 1.900 lingue appartenenti a 192 famiglie linguistiche differenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per comprendere la modalità in cui le due forze sopracitate operino nel mondo reale, i ricercatori si sono avvalsi di due strumenti. In primo luogo, per misurare il grado di interconnessione tra due concetti nella memoria umana, hanno utilizzato i dati di un gioco di associazioni di parole, nel quale a migliaia di soggetti veniva proposta una parola chiedendo poi di esprimere il primo pensiero che questa evocava loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In secondo luogo, hanno impiegato modelli informatici basati sull’IA per analizzare milioni di frasi e determinare la sovrapponibilità dei contesti in cui ricorrono parole diverse. Questo ha permesso loro di stimare la facilità con cui due significati rischiano di essere confusi se espressi con la stessa forma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Rendere le cose più semplici</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il team ha scoperto che il riutilizzo di parti di parole non è affatto casuale e si verifica in molte famiglie linguistiche differenti. Il riutilizzo di una parola intera avviene quando quest’ultima è impiegata per più di un significato strettamente correlato che le persone riescono a distinguere facilmente: ne è un esempio la parola inglese “<em>mouth</em>” (che in inglese, appunto, viene utilizzata sia per indicare la bocca come parte del corpo, sia per indicare la foce di un fiume).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il riciclo parziale delle parole rappresenta invece una sorta di compromesso. Si verifica quando due concetti sono fortemente correlati ma compaiono di frequente in contesti simili. In questi casi, la lingua riutilizza parti di parole con significati affini in modo da semplificare il tutto, mantenendo però i termini leggermente diversi per evitare malintesi. Come sottolineano i ricercatori nel loro articolo: «la colexificazione parziale sembra emergere come strategia intermedia laddove la colexificazione totale rischierebbe di generare ambiguità in contesti sovrapponibili».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un esempio contemplato nel modello dei ricercatori è rappresentato dai termini inglesi “<em>fourteen</em>” (quattordici) e “<em>ten” </em>(dieci). Si tratta di numeri strettamente correlati ma, poiché utilizzati in contesti analoghi tra loro, assegnarne lo stesso identico nome creerebbe confusione. Le lingue tendono quindi a favorire forme che condividono una parte di elementi pur rimanendo distinte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli autori dello studio affermano che, in futuro, potrebbe aver senso indagare se lo stesso equilibrio tra efficienza e chiarezza contribuisca alla modellazione anche di altri aspetti del linguaggio, per esempio la grammatica.</p>
<p>&nbsp;</p>


<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>«Il multilinguismo rappresenta un enorme potenziale», ma le scuole lo sfruttano a malapena.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[info@ferraristudio.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 13:50:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo originale: „Mehrsprachigkeit ist ein riesiges Potenzial“ – doch Schulen nutzen es kaum, pubblicato su News4teachers.de, Marzo 2026. Traduzione di Alessandra Zuanazzi   DÜSSELDORF. Nelle aule scolastiche tedesche il multilinguismo è ormai all&#8217;ordine del giorno. Oggi molti bambini crescono parlando più lingue &#8211; a casa usano la lingua parlata in famiglia, a scuola il tedesco. E [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://ferraristudio.it/il-multilinguismo-rappresenta-un-enorme-potenziale-ma-le-scuole-lo-sfruttano-a-malapena/">«Il multilinguismo rappresenta un enorme potenziale», ma le scuole lo sfruttano a malapena.</a> proviene da <a href="https://ferraristudio.it">FERRARI Studio</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Articolo originale: <strong>„Mehrsprachigkeit ist ein riesiges Potenzial“ – doch Schulen nutzen es kaum</strong>, pubblicato su <em>News4teachers</em>.de, Marzo 2026.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Traduzione di Alessandra Zuanazzi</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>


<p> </p>
<p>DÜSSELDORF. <strong>Nelle aule scolastiche tedesche il multilinguismo è ormai all&#8217;ordine del giorno. Oggi molti bambini crescono parlando più lingue &#8211; a casa usano la lingua parlata in famiglia, a scuola il tedesco. E mentre gli educatori tendono a considerarla una sorta di sfida, i risultati delle ricerche dimostrano che il multilinguismo può essere un vantaggio.</strong></p>
<p> </p>
<p>Crescere in un ambiente multilingue offre molti vantaggi ai bambini, ma non nel sistema scolastico tedesco.</p>
<p>Una cosa è certa: Il multilinguismo non è più un&#8217;eccezione. Secondo lo studio <a href="https://www.bosch-stiftung.de/sites/default/files/publications/pdf/2025-05/Mediendienst_Expertise_Mehrsprachigkeit_2025.pdf">«Multilinguismo nelle scuole in Germania»</a> commissionato dalla Fondazione Robert Bosch, in Germania circa il 18% dei bambini e degli adolescenti parla, oltre al tedesco, almeno un’altra lingua in famiglia; tra i bambini con un trascorso migratorio, la percentuale sale addirittura al 48% circa.</p>
<p>E questo è un motivo per festeggiare, poiché, secondo studi scientifici nel campo della psicolinguistica, le persone che crescono in un ambiente multilingue ne ottengono grandi benefici. «Il multilinguismo rappresenta un enorme potenziale», afferma ad esempio Simone Plöger, professoressa associata di Ricerca scolastica e inclusione presso l’Università Johannes Gutenberg di Mainz, riassumendo i risultati scientifici.</p>
<p> </p>
<h5><strong>Il multilinguismo offre numerose opportunità</strong></h5>
<p>Nella sua <strong><a href="https://lms.ik.qua-lis.nrw.de/mod/book/view.php?id=2251&amp;chapterid=6674">relazione presentata in occasione del convegno «Il multilinguismo a scuola &#8211; riconoscerlo, valorizzarlo, promuoverlo»</a></strong><em>,</em> Plöger spiega che le persone multilingui dispongono spesso di conoscenze metalinguistiche nettamente più approfondite, ovvero comprendono meglio il funzionamento del linguaggio rispetto a chi parla una sola lingua. Per questo, le persone multilingue potrebbero imparare più facilmente altre lingue. Ed aggiunge: «Hanno un potenziale creativo maggiore, legato alle connessioni cognitive, e di conseguenza anche capacità di problem solving superiori a quelle dei monolingui, oltre che una maggiore flessibilità cognitiva complessiva. Tutto ciò è stato dimostrato da studi nel campo della psicolinguistica».</p>
<p>Eppure, in ambito scolastico il multilinguismo viene trattato come un problema. La professoressa Plöger attribuisce questo fenomeno a pregiudizi diffusi nella società. Ad esempio, persiste ancora l’idea che il multilinguismo rappresenti un impegno troppo gravoso. Plöger ribatte: «Oggi sappiamo però che questa teoria è stata smentita. Tutti possiedono le capacità cognitive per imparare più lingue e farlo non è affatto così difficile». Esiste invece una grande variabilità nell’apprendimento delle lingue, anche tra i bambini che crescono in un ambiente monolingue. «Ci sono bambini che comprendono le strutture grammaticali già molto presto, altri molto più tardi, mentre alcuni all’inizio non parlano affatto e poi, all’improvviso, formulano frasi di cinque parole». Se l’offerta linguistica è adeguata, i bambini multilingui potrebbero acquisire una lingua con la stessa rapidità dei bambini monolingui.</p>
<p> </p>
<h5><strong>Svantaggi della struttura del sistema scolastico</strong></h5>
<p>Un altro mito che perdura è la convinzione che i bambini debbano parlare il più possibile in tedesco per imparare la lingua più velocemente. Plöger commenta: «Per quanto riguarda l’apprendimento di una seconda lingua, anche questa credenza è stata smentita. Nell’apprendimento di una seconda lingua è quindi assolutamente sensato avvalersi delle risorse plurilingui disponibili, poiché, grazie a questa interconnessione, la lingua di destinazione &#8211; in questo caso il tedesco &#8211; viene assimilata in modo più efficace».</p>
<p>È anche vero che, sebbene secondo la ricerca il plurilinguismo non costituisca un ostacolo allo sviluppo linguistico o cognitivo, gli studenti plurilingui ottengono in media risultati inferiori nel sistema educativo tedesco. «Lo si può vedere, ad esempio, dai risultati PISA e da altre importanti ricerche sul rendimento scolastico come IGLU, che lo dimostrano ripetutamente», afferma Plöger. Secondo la ricercatrice, la causa di questa contraddizione non risiede nel multilinguismo ma nello stesso modello scolastico. In Germania, infatti, la scuola è tradizionalmente concepita «in modo che i bambini crescano monolingui, e precisamente di lingua tedesca». Materiale didattico, aspettative, esami: tutto è orientato a una popolazione studentesca monolingue.</p>
<p> </p>
<h5><strong>Richiesta alle scuole: fare uso di risorse multilingue</strong></h5>
<p>Questo approccio, tuttavia, non corrisponde alle realtà odierne. Sia le ricerche di Plöger che lo studio della Fondazione Robert Bosch sostengono quindi la necessità di valorizzare la diversità linguistica nel contesto scolastico e di integrarla nell’insegnamento. La professoressa fa riferimento ad alcune sue ricerche condotte su studenti immigrati. Questi ultimi disponevano già di competenze linguistiche di base nella loro lingua d’origine; competenze che gli insegnanti potrebbero utilizzare per l’apprendimento della seconda lingua, stabilendo un collegamento tra le due lingue. «’Come funziona in altre lingue e come funziona la stessa cosa in tedesco?’ Queste sono le competenze metalinguistiche che vengono poi acquisite, oltre alle regole linguistiche.»</p>
<p>Come sottolinea lo studio della Fondazione Robert Bosch, gli approcci multilingui nella didattica vanno a beneficio dell’intera classe. Questi approcci potrebbero infatti «promuovere le abilità di lettura e scrittura di tutti gli studenti e la loro consapevolezza linguistica». Gli studenti sarebbero più motivati e parteciperebbero più attivamente alle lezioni. Inoltre, gli approcci didattici multilingui contribuirebbero alla formazione dell’identità: «Gli studenti mostrano una maggiore autosufficienza, ovvero una maggiore fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità, nonché una maggiore intraprendenza».</p>
<p>In questo contesto, le autrici della relazione della Fondazione raccomandano di supportare i bambini multilingui in classe, ad esempio aiutandoli a pensare e ad agire in tutte le lingue a loro disposizione. «In questo modo, gli studenti possono ad esempio approcciarsi alle attività didattiche ricorrendo alla loro lingua d&#8217;origine, leggere e fare ricerche di gruppo insieme a compagni che parlano la stessa lingua. Successivamente, possono passare alla lingua tedesca, quando presentano alla classe il proprio lavoro.»</p>
<p> </p>
<h5><strong>Cosa è richiesto agli insegnanti</strong></h5>
<p>Le esperte sottolineano che il passaggio dal riconoscimento al ricorso sistematico alle risorse linguistiche non è affatto scontato per gli insegnanti. Molti insegnanti percepiscono la diversità linguistica «come una sfida per la quale non si sentono preparati. E questo può rappresentare un sovraccarico», si legge nella pubblicazione della Robert Bosch Stiftung. E Plöger spiega, riferendosi agli insegnanti: «Ciò che conta, naturalmente, è la tolleranza all&#8217;incertezza. Devo essere in grado di sopportare il fatto che si parli in lingue che non capisco, per cui devo rinunciare al controllo e non ho più tutto sott&#8217;occhio».</p>
<p>Lo studio della Fondazione cerca, in questo contesto, di mitigare tale perdita di controllo. E lo fa attraverso un’analisi delle registrazioni audio e video effettuate durante alcune lezioni, da cui emerge che «gli studenti tendono a usare per lo più le lingue parlate in famiglia per svolgere i compiti assegnati o per consultarsi con gli altri compagni».</p>
<p> </p>
<h5><strong>Il ruolo dello sviluppo scolastico – e della politica</strong></h5>
<p>Secondo le esperte, la responsabilità di considerare il multilinguismo come parte integrante dell’equità educativa, come sostiene Plöger, non ricade tuttavia esclusivamente sul corpo docente. Si tratterebbe infatti di un dovere fondamentale dello sviluppo scolastico. Su questo punto la professoressa associata e le autrici della relazione sono concordi.</p>
<p>La pubblicazione della Fondazione Robert Bosch fa addirittura un passo in più e punta l&#8217;attenzione verso la politica. Gli insegnanti avrebbero bisogno di maggiore sostegno per poter affrontare la realtà del multilinguismo. Chiede quindi che, nell&#8217;ambito della formazione degli insegnanti, venga attribuita maggiore importanza al tema della diversità linguistica. «A tal fine sarebbe importante integrare in modo vincolante l’approccio alla diversità linguistica nella formazione iniziale e continua degli insegnanti, quale responsabilità di tutti gli attori del sistema scolastico».</p>
<p>.</p>


<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Non proprio inglese, non proprio urdu. In Pakistan non ci limitiamo a parlare inglese &#8211; noi lo adattiamo, lo trasformiamo e lo rendiamo nostro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[info@ferraristudio.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 12:24:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo originale: &#8220;Not quite english, not quite urdu&#8220;, di Fouzia Nasir Ahmad, pubblicato su The Express Tribune Aprile 2026. Traduzione di Alessandra Zuanazzi KARACHI &#8211; Avete mai notato che quando parliamo inglese con i nostri familiari e amici, spesso sembra una traduzione letterale dell’urdu, eppure tutti lo capiscono perfettamente? E’ ben diverso rispetto a quando [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://ferraristudio.it/non-proprio-inglese-non-proprio-urdu-in-pakistan-non-ci-limitiamo-a-parlare-inglese-noi-lo-adattiamo-lo-trasformiamo-e-lo-rendiamo-nostro/">Non proprio inglese, non proprio urdu. In Pakistan non ci limitiamo a parlare inglese &#8211; noi lo adattiamo, lo trasformiamo e lo rendiamo nostro</a> proviene da <a href="https://ferraristudio.it">FERRARI Studio</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Articolo originale: &#8220;<strong>Not quite english, not quite urdu</strong>&#8220;, di <a href="https://tribune.com.pk/author/12131/fouzia-nasir-ahmad"><strong>Fouzia Nasir Ahmad</strong></a>, pubblicato su The Express Tribune  Aprile 2026.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Traduzione di Alessandra Zuanazzi</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>


<p>KARACHI &#8211;</p>
<p>Avete mai notato che quando parliamo inglese con i nostri familiari e amici, spesso sembra una traduzione letterale dell’urdu, eppure tutti lo capiscono perfettamente? E’ ben diverso rispetto a quando parliamo inglese con un madrelingua britannico o americano, quando anche inconsciamente cerchiamo di perfezionare il nostro accento e selezionare il nostro vocabolario in modo più accurato. Dopotutto, probabilmente non capirebbero cosa significano espressioni come «time pass» o «chill scene», giusto?</p>
<p> </p>
<p>Nel corso dei decenni, la lingua inglese in Pakistan si è evoluta in una varietà particolare nota come <em>desi English </em>fondendosi con l&#8217;urdu, il punjabi, il pashto, il sindhi, il balochi e il gujarati, dando vita a un ibrido unico nel suo genere in termini di lessico, sintassi ed espressioni culturali. L’urdu, gia da sé un amalgama di diverse lingue, è molto ricettivo e adatto all’assimilazione di parole provenienti da altre lingue. Non solo grazie ai suoi più di 50 caratteri alfabetici e suoni fonetici, ma anche grazie al fatto che chi lo parla dimostra una particolare attitudine e vivacità nel cogliere parole ed espressioni da altre lingue.</p>
<p> </p>
<p>Quest&#8217;evoluzione include un ricorso frequente al <em>code-switching</em>, l&#8217;adozione di sfumature culturali regionali e la creazione di nuovo lessico influenzato dalla politica locale, dalla cucina e dal gergo militare, che riflette un passaggio verso un&#8217;identità locale “nativizzata”. Alcune parole inglesi sono così comunemente utilizzate parlando urdu, da sembrare ormai parole urdu, per esempio <em>spicy, relax</em> e <em>smart</em>.</p>
<p> </p>
<p>Questa “pakistanizzazione” dell&#8217;inglese è alimentata dai media, dai social media e da una generazione di giovani che lo adotta come lingua vivace e dinamica piuttosto che come una lingua straniera rigida.</p>
<p> </p>
<p>In Pakistan l&#8217;inglese è più di una semplice lingua: è un&#8217;impronta indelebile del dominio coloniale che continua a determinare il successo (o meno) delle persone. Dalle aule ai corridoi del potere, traccia silenziosamente i confini tra privilegio ed esclusione. Sebbene affondi le sue radici nel periodo coloniale britannico, l&#8217;inglese continua ad essere la chiave per accedere alle opportunità, dominando la comunicazione ufficiale e l&#8217;accesso all&#8217;istruzione, al potere e alla scalata sociale. In un paese in cui la padronanza della lingua è spesso sinonimo di intelligenza e status sociale, ciò non fa che accentuare il divario tra chi la possiede e chi no, perpetuando nel presente le gerarchie coloniali.</p>
<p> </p>
<p>Secondo il <em>Contemporary Journal of Social Science Review</em>,<em> volume 3, n. 4 (2025)</em>, nonostante l&#8217;inglese pakistano abbia conosciuto una significativa evoluzione linguistica e socioculturale, continua a essere sottovalutato come variante unica di questa lingua negli ambienti accademici, educativi e decisionali del Pakistan. La letteratura esistente documenta i cambiamenti strutturali, lessicali e fonologici dovuti alla globalizzazione e all&#8217;identità locale; tuttavia, questi aspetti vengono spesso trattati come deviazioni, anziché suggerire che si tratti di una forma linguistica ben distinta. La ricerca sull’inglese pakistano &#8211; in particolare studi dettagliati e sistematici sia in ambito accademico sia nella pratica quotidiana &#8211; è ancora limitata. Per questo motivo, non se ne comprende appieno la sua duplice natura: da un lato eredità della storia postcoloniale e, dall’altro, lingua dal crescente potenziale globale.</p>
<p> </p>
<p>Secondo alcuni studi, l&#8217;inglese pakistano presenta caratteristiche strutturali derivanti dall&#8217;urdu e dalle lingue locali, in particolare per quanto riguarda la pronuncia, l&#8217;accentuazione e l&#8217;innovazione lessicale. Queste caratteristiche ricorrenti dimostrano inoltre che l&#8217;inglese pakistano sta sviluppando i propri canoni, senza limitarsi a riprodurre quelli britannici o americani. La comunicazione digitale ha accelerato questo processo dando vita all’innovazione linguistica nei giovani parlanti, che spesso combinano espressioni locali con l&#8217;inglese nell&#8217;ambiente online.</p>
<p> </p>
<p>L&#8217;inglese è un chiaro indicatore della classe sociale di appartenenza, dato che la padronanza di questa lingua è comunemente considerata un segno di intelligenza, raffinatezza o cosmopolitismo; al contempo, il <em>Contemporary Journal of Social Science Review, volume 3, n. 4 (2025)</em>, rivela che chi ha una conoscenza più limitata dell&#8217;inglese viene percepito come meno capace, a prescindere dalle sue reali competenze.</p>
<p> </p>
<p>Ecco alcune espressioni e parole che vengono usate in modo particolare qui in Pakistan.</p>
<p> </p>
<p>Ci piace rendere plurale ogni cosa: <em>beautifuls, summers, winters.</em></p>
<p> </p>
<p><em>Fresh up </em>invece di<em> freshen up</em></p>
<p> </p>
<p><em>Blender mistake</em> invece di <em>blunder</em></p>
<p> </p>
<p><em>Jeans ki pant</em> per <em>jeans</em></p>
<p> </p>
<p><em>Jeans ki jacket</em> per <em>denim jacket</em></p>
<p> </p>
<p><em>Coke ki botal</em> invece di <em>Coke</em></p>
<p> </p>
<p><em>Dressing</em> invece di <em>style</em></p>
<p> </p>
<p><em>Style</em> invece di <em>swag</em></p>
<p> </p>
<p><em>Mitting</em> invece di <em>meeting</em></p>
<p> </p>
<p><em>More down</em> invece di <em>lower</em></p>
<p> </p>
<p><em>Full and final </em>invece <em>di final</em></p>
<p> </p>
<p><em>Chill scene</em> invece di <em>being relaxed</em></p>
<p> </p>
<p><em>Scene kya hai</em> per <em>what’s the plan</em></p>
<p> </p>
<p><em>Time pass</em> per <em>mediocre</em></p>
<p> </p>
<p><em>Outclass</em> per <em>beyond excellent</em></p>
<p> </p>
<p><em>Very English</em> per <em>super refined</em></p>
<p> </p>
<p><em>Prepone</em> &#8211; <em>to bring forward</em></p>
<p> </p>
<p><em>Pass out</em> &#8211; <em>to graduate</em></p>
<p> </p>
<p><em>I am knowing</em> &#8211; <em>it is in my knowledge</em></p>
<p> </p>
<p><em>No?</em> &#8211; <em>is it not?</em></p>
<p> </p>
<p><em>Only &#8211; just</em></p>
<p> </p>
<p><em>Biodata</em> &#8211; utilizzato tutt’ora nei CV</p>
<p> </p>
<p><em>Do the needful</em> &#8211; <em>follow the instruction</em></p>
<p> </p>
<p><em>Revert &#8211; respond</em></p>
<p> </p>
<p><em>Call karlo &#8211; call me</em></p>
<p> </p>
<p><em>Send karden send</em></p>
<p> </p>
<p><em>Half-fry &#8211; sunny side up</em></p>
<p> </p>
<p><em>Next to next week</em> &#8211; <em>week after next</em></p>
<p> </p>
<p><em>Same to same &#8211; same</em></p>
<p> </p>
<p><em>Out of station &#8211; out of town</em></p>
<p> </p>
<p><em>On the backside &#8211; </em>dietro</p>
<p> </p>
<p><em>God promise &#8211; </em>una promessa più che mantenuta!</p>
<p> </p>
<p><em>Do one thing</em> &#8211; ecco un’idea</p>
<p> </p>
<p><em>First class &#8211; super good</em></p>
<p> </p>
<p><em>Shopper</em> &#8211; borsa di plastica della spesa</p>
<p> </p>
<p><em>Refill karlo &#8211; refill</em></p>
<p> </p>
<p><em>Top up karlo &#8211; top up</em></p>
<p> </p>
<p><em>Recharge karlo &#8211; recharge</em></p>
<p> </p>
<p>Kya problem hai? &#8211; qual è il problema?</p>
<p> </p>
<p><em>Phone on karo</em> &#8211; accendi il telefono</p>
<p> </p>
<p><em>Fabrication &#8211; fabric</em></p>
<p> </p>
<p>Potete riderci su, ridacchiare o storcere il naso, ma ogni frase racchiude in sé un mondo intero: contesto, cultura, intimità implicita. Forse non supererebbero un test di grammatica a Londra o a New York, ma ottengono qualcosa di più importante qui: la riconoscibilità, la comprensibilità.</p>
<p> </p>
<p>Quindi forse la domanda non è più se l&#8217;inglese pakistano sia “ct.” (ovvero, corretto).</p>
<p> </p>
<p>La vera domanda è: chi ha il diritto di decidere cosa significhi «correttezza»?</p>
<p> </p>
<p>Perché, in fin dei conti, le lingue non rimarranno mai pure: sono vive, e la cosa più importante è che rimangano vive, piuttosto che pure. Voglio dire, chi parla più il sumero, l&#8217;accadico, l&#8217;egizio antico e l&#8217;ebraico biblico? Queste lingue sono scomparse proprio nella loro forma pura, immutate e stagnanti. Ma l&#8217;inglese pakistano, in tutta la sua gloria ibrida, creativa e un po&#8217; ribelle, è più vivo che mai!</p>
<p> </p>
<p>Sono rimasto affascinato nello scoprire che esiste un&#8217;organizzazione senza scopo di lucro chiamata <em>The English Speaking Union of Pakistan </em>(ESUP), fondata nel 1961, che fa capo a un&#8217;organizzazione madre, l&#8217;ESU, fondata nel Regno Unito nel 1918 da Sir Evelyn Wrench. Nel corso degli anni, l&#8217;ESUP è stata guidata da diverse personalità di spicco, tra cui Kader Jaffer, Byram Avari (defunto), Shahida Jameel e Hussain Haroon.</p>
<p> </p>
<p>Oltre ad organizzare competizioni nazionali, a promuovere relazioni internazionali e ad offrire una serie di opportunità sia agli studenti che agli insegnanti, l&#8217;ESUP ha creato piattaforme volte a mettere in contatto persone provenienti da contesti diversi.</p>
<p> </p>
<p>«L&#8217;apprendimento di una lingua straniera non è né facile né un fenomeno naturale», afferma Zohra Ashraf, membro del Consiglio esecutivo nazionale dell&#8217;ESUP, parlando dell&#8217;evoluzione del «Urdlish» o «Paki(E)nglish». «Di solito, si manifesta inizialmente con una riluttante presa di coscienza della necessità di colmare lacune nella comunicazione essenziale. Successivamente si evolve verso soluzioni semplici, attingendo a un vocabolario comunemente sentito e utilizzato, per poi passare gradualmente ad adattamenti grammaticali nella formazione sintattica e, infine, sviluppare strutture linguistiche ibride, una cultura e caratteristiche proprie e peculiari».</p>
<p> </p>
<p>Spiega che, prima di comprendere appieno in che modo una lingua ibrida si differenzia da una lingua pura, autentica e naturale, è necessario capire come avviene l&#8217;acquisizione delle lingue.</p>
<p> </p>
<p>«Il metodo più naturale e spontaneo per acquisire una lingua in modo intrinseco è quello di nascere in quel contesto linguistico, piuttosto che impararla in una fase successiva della vita», spiega Ashraf. «L’apprendimento inizia già nel grembo materno, con lo sviluppo quotidiano dell’embrione che assorbe informazioni dall’ambiente simbiotico che lo circonda, e prosegue dopo la nascita attraverso gli stimoli provenienti dall’ambiente, dalla cultura e dalle tradizioni che lo circondano.</p>
<p>Un altro modo per imparare una lingua è immergersi nel suo ambiente».</p>
<p> </p>
<p>La mente umana è stata concepita anche per assorbire una lingua attraverso i sette organi sensoriali del corpo. Persone con diversi livelli di sensibilità, QI (quoziente intellettivo), QE (quoziente emotivo), intelligenza e capacità sensoriali acquisiscono la nuova lingua in base alle loro capacità di comprensione e assimilazione.</p>
<p> </p>
<p>«Chi non è abbastanza motivato», sottolinea Ashraf, «ha bisogno della lingua per destreggiarsi nelle attività quotidiane, ma si accontenta di raggiungere un livello misto di padronanza della lingua». L&#8217;inglese, unica lingua europea ad essersi diffusa capillarmente in tutti i paesi del mondo, è diventato naturalmente il punto di riferimento per lo sviluppo delle lingue ibride nel mondo di oggi. «Tutto è iniziato con la diffusione della lingua come lingua coloniale, per poi evolversi in lingua globale del commercio e della condivisione delle conoscenze, fino ad acquisire gradualmente lo status di lingua della comunicazione universale, formale, politica e strategica».</p>
<p> </p>
<p>Dall&#8217;inizio del nuovo millennio, l&#8217;inglese si è autoproclamato portavoce di amicizia e di pace nel mondo. «In effetti, ovunque l’inglese si sia diffuso, ha piantato i propri semi e ha creato le condizioni per la nascita di lingue ibride, favorendo l’integrazione del lessico, delle caratteristiche linguistiche e dei simboli culturali inglesi nel tessuto delle lingue nazionali autoctone», spiega Ashraf. «La naturale conseguenza è stata la comparsa di lingue miste, ovvero l’inglese con il cinese mandarino, noto come “mandlish”; con il malese come “minglish”; con l’hindi come “hindlish”; con lo swahili come “swanglish” e presto il mondo si abituerà al “urdlish” o al “pakinglish”.</p>
<p> </p>
<p>Come altrove, anche in Pakistan si era inizialmente manifestata un’avversione per l’inglese, che veniva considerata la lingua degli schiavisti e, di conseguenza, andava detestata ed evitata. Tuttavia, a oltre mezzo secolo di distanza dalle grandi guerre, lo sviluppo e la modernizzazione hanno portato a una prosperità tangibile della classe privilegiata dei “ricchi”. Una volta capito questo, gli “have nots”, ovvero i poveri, non hanno tardato a voler salire sul carro dei “want to haves”, ovvero i ricchi.</p>
<p> </p>
<p>Discutendo il ruolo dei media digitali nello sviluppo dell’inglese desi, Ashraf ha spiegato che l’accesso facile ed economico alla tecnologia &#8211; una sorta di bacchetta magica dei nostri giorni che ha reso disponibili informazioni e competenze didattiche con un semplice clic e ha dato vita a un linguaggio in rapida evoluzione grazie al vocabolario degli hashtag &#8211; ha dato il via a una vera e propria magia. “È stata l&#8217;idea di un mago che ha inventato l&#8217;arte di traslitterare l&#8217;urdu in caratteri latini e, in un batter d&#8217;occhio, è nato l’”Urdlish”, commenta.</p>
<p> </p>
<p>Parole inglesi di uso comune sono state incorporate nelle espressioni urdu per rendere più accessibile e intuitiva la lingua inglese, meno conosciuta, ad esempio: «Woh tau habitually late atay haine» / «barri he stormy barish thi» / «baby ko stomach ache ho raha hai» / «terrorist bhaag gaya» / ecc.</p>
<p> </p>
<p>Il processo si è evoluto gradualmente verso il predominio dell&#8217;inglese, con l&#8217;inserimento di parole urdu che sono state mantenute e adattate alle strutture grammaticali e sintattiche dell&#8217;inglese o dell&#8217;urdu a seconda delle necessità.</p>
<p> </p>
<p>L&#8217;urdulish è una variante tipica dell&#8217;inglese pakistano che presenta chiari segni non solo dell&#8217;introduzione di vocaboli urdu nell&#8217;inglese, ma anche della tonalità e della cadenza dell&#8217;urdu, nonché di adattamenti strutturali. Ad esempio: <em>I was sick, lekin, I went to the maiyyat/ we had lassi, samosas, laddoos and kachoriyaan.</em></p>
<p> </p>
<p>Ci stiamo davvero avviando verso una lingua ibrida urdu-inglese accettata e consolidata? «Sì, assolutamente», conferma Ashraf. «È così che va il mondo, e va considerato con coraggio un diritto quello di muoversi nel modo più semplice e diretto, senza curarsi delle convenzioni o delle sottigliezze culturali della lingua. In amore e in guerra tutto è lecito. E questa è proprio la lotta degli “have nots” per diventare ricchi (“have it now to keep forever!”).</p>
<p> </p>
<p>Con un sorriso, aggiunge: «Una lettura politica, per quanto non proprio sana né equa, è quella secondo cui, poiché la lingua è la forza coesiva più potente capace di tenere unite le persone anche al di là dei confini geografici, forse l’Inghilterra ha creato una nuova colonia mondiale fondata sui legami linguistici». Un argomento da approfondire in un&#8217;altra occasione.</p>
<p>.</p>


<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://ferraristudio.it/non-proprio-inglese-non-proprio-urdu-in-pakistan-non-ci-limitiamo-a-parlare-inglese-noi-lo-adattiamo-lo-trasformiamo-e-lo-rendiamo-nostro/">Non proprio inglese, non proprio urdu. In Pakistan non ci limitiamo a parlare inglese &#8211; noi lo adattiamo, lo trasformiamo e lo rendiamo nostro</a> proviene da <a href="https://ferraristudio.it">FERRARI Studio</a>.</p>
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		<title>Studiare traduzione nell’era dell’IA – Perché e come?</title>
		<link>https://ferraristudio.it/studiare-traduzione-nellera-dellia-perche-e-come/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[info@ferraristudio.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 13:39:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo originale: &#8220;Studying Translation in the Age of AI – Why and How?&#8220;, Institute of Translation and Interpreting, 25 Marzo 2026. Traduzione di Alessandra Zuanazzi   Il 25 Marzo 2026 Sara Robertson, Amministratore Delegato di ITI, ha partecipato a una tavola rotonda tra accademici e leader di settore in occasione di un webinar, organizzato dal [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://ferraristudio.it/studiare-traduzione-nellera-dellia-perche-e-come/">Studiare traduzione nell’era dell’IA – Perché e come?</a> proviene da <a href="https://ferraristudio.it">FERRARI Studio</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Articolo originale: &#8220;<strong>Studying Translation in the Age of AI – Why and How?</strong>&#8220;, Institute of Translation and Interpreting, 25 Marzo 2026.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Traduzione di Alessandra Zuanazzi</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>


<p> </p>
<p>Il 25 Marzo 2026 Sara Robertson, Amministratore Delegato di ITI, ha partecipato a una tavola rotonda tra accademici e leader di settore in occasione di un webinar, organizzato dal Centro Studi sulla Traduzione (CTS &#8211; Centre for Translation Studies) dell’Università di Surrey, per celebrare il 40° anniversario dell’attivazione del Master in Traduzione.</p>
<p> </p>
<p><strong>Il webinar ha affrontato una questione cruciale, sollevata spesso dai soci, dagli studenti e dal pubblico: dato il rapido sviluppo degli strumenti di intelligenza artificiale, vale ancora la pena intraprendere la professione del traduttore?</strong></p>
<p> </p>
<p><em>Studiare traduzione nell’era dell’IA – Perchè e come? </em>ha riunito rappresentanti di Amnesty International, Revolut, l&#8217;International Maritime Organization (IMO), l&#8217;Association of Translation Companies (ATC) e il Chartered Institute of Linguists (CIOL), insieme a illustri accademici provenienti dall&#8217;Università di Surrey, dalla Dublin City University, dall&#8217;Università di Newcastle e dall&#8217;Université Laval. L’incontro era rivolto a studenti universitari, neolaureati e professionisti interessati a lavorare in questo settore.</p>
<p> </p>
<p>Attingendo alla prospettiva strategica di ITI, Sara ha sostenuto che la diffusa disponibilità di strumenti di traduzione basati sull&#8217;IA ha cambiato il mercato in maniera tangibile: molte persone, che in passato si sarebbero rivolte a un professionista, ora ritengono di poter produrre autonomamente una traduzione funzionale.  Ma questo, ha osservato, è una falsa equivalenza tra la mera produzione di un testo nella lingua target e un servizio professionale in grado di offrire soluzioni su misura. ITI risponde a questa sfida argomentando in modo chiaro cosa implica effettivamente tradurre e interpretare a livello professionale, e perché le qualità umane che caratterizzano tali attività non possono essere replicate da una macchina.  Il fulcro di questa argomentazione è la professionalità.</p>
<p> </p>
<p>Nel motivare la necessità di promuovere con più forza la professionalità, Sara ha fatto riferimento alle considerazioni da lei già fatte sulle <a href="https://www.iti.org.uk/resource/seven-hallmarks-of-professionalism-summary-report.html"><strong>sette caratteristiche della professionalità</strong></a> applicabili a traduttori e interpreti:                  </p>
<ul>
<li>possedere competenze specialistiche</li>
<li>possedere titoli di studio riconosciuti</li>
<li>rispettare un codice deontologico</li>
<li>mantenere aggiornate le proprie competenze</li>
<li>esercitare l’autonomia di giudizio</li>
<li>dare priorità al cliente e al pubblico</li>
<li>assumersi la responsabilità del proprio lavoro</li>
</ul>
<p>Questi, ha continuato, sono gli aspetti che distinguono un professionista da una persona che semplicemente ha accesso a uno strumento di traduzione – ed assumono una rilevanza ancora maggiore in un ambiente basato sull’IA.</p>
<p> </p>
<p>Un elemento centrale dell’operato dell’ITI in quest’ambito è l’attenzione rivolta all’etica e alla condotta professionale. Il <a href="https://www.iti.org.uk/resource/using-iti-s-code-of-professional-conduct.html"><strong>Codice di Condotta Professionale</strong></a>, aggiornato e approvato lo scorso anno dai membri dell’ITI, ispirandosi al <a href="https://www.iti.org.uk/resource/code-of-ethics-project-summary.html"><strong>Coffee House project</strong></a>, condotto in collaborazione con il Prof. Joseph Lambert dell’Università di Cardiff, pone al centro il giudizio professionale. Sara ha sottolineato che proprio il giudizio professionale – ovvero la capacità di soppesare esigenze contrastanti, riconoscere quando qualcosa non va e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni – è esattamente ciò che l’IA non può riprodurre, e rappresenta uno degli asset più importanti della professione, che va comunicato in modo più efficace ai clienti e alle altre parti interessate.</p>
<p> </p>
<p>Inoltre, il webinar si inserisce in un più ampio progetto, condotto da ITI, ATC e CIOL, sul <a href="https://www.iti.org.uk/resource/making-the-case.html"><strong>ruolo strategico delle lingue nell’istruzione superiore del Regno Unito</strong></a>, dove si evidenzia una crescente domanda di laureati che siano in grado di comprendere il funzionamento dell’IA applicata alle lingue e di conoscere i suoi limiti, e che siano preparati ad un futuro professionale che gli richiede di combinare competenze linguistiche, tecnologiche e gestionali.</p>
<p> </p>
<p>Il punto di vista degli studenti su questi temi è sintetizzato in modo efficace in un nuovo articolo intitolato &#8211; <a href="https://www.iti.org.uk/resource/hope-for-emerging-translators.html"><strong><em>La traduzione nell’Era dell’IA: Perchè c’è speranza per i traduttori emergenti</em></strong></a><em> &#8211; </em>pubblicato di recente sul sito internet di ITI. Eleanor Manning, studentessa e membro dell’Istituto, frequentante il Master in Traduzione e IA all’Università di Surrey, racconta lo scetticismo che riscontra spesso nelle persone che la circondano – e il motivo per cui lei continua invece ad essere ottimista.</p>
<p> </p>
<p><em>Gli aspiranti traduttori non dovrebbero tirarsi indietro, né perdere la speranza. Piuttosto, dovremmo cogliere al volo le opportunità che questa nuova epoca ci offre.</em></p>


<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Dalla A di algebra alla T di tariffe: le parole arabe che usiamo ogni giorno</title>
		<link>https://ferraristudio.it/parole-arabe-comuni-quotidiane-usate-ogni-giorno-origine-etimologia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[info@ferraristudio.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 09:02:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;arabo è parlato da oltre 400 milioni di persone. Riconoscete queste parole arabe che sono entrate a far parte della nostra quotidianità? Articolo originale: &#8220;From A for algebra to T for tariffs: Arabic words used in English speech&#8220;, di Alma Milisic e Mohammed Haddad, pubblicato su Al Jazeera, 18 dicembre 2025. Traduzione e adattamento di [&#8230;]</p>
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<h5 class="wp-block-heading">L&#8217;arabo è parlato da oltre 400 milioni di persone. Riconoscete queste parole arabe che sono entrate a far parte della nostra quotidianità?</h5>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Articolo originale: &#8220;<strong>From A for algebra to T for tariffs: Arabic words used in English speech</strong>&#8220;, di Alma Milisic e Mohammed Haddad, pubblicato su <em>Al Jazeera</em>, 18 dicembre 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Traduzione e adattamento di Simone Barelli</p>



<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>


<p>L&#8217;arabo è una delle lingue più utilizzate al mondo. Sono almeno 400 milioni le persone che lo parlano. Di queste, 200 milioni sono madrelingua, mentre i non madrelingua si attestano fra i 200 e i 250 milioni.</p>


<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>


<p>L&#8217;arabo standard moderno è la lingua ufficiale del governo, della giustizia e dell&#8217;istruzione e gode di un&#8217;ampia diffusione in contesti internazionali e religiosi. Oltre all&#8217;arabo standard, esistono oltre 25 dialetti parlati per lo più in Medio Oriente e Nord Africa.</p>


<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>


<p>Il 18 dicembre di ogni anno ricorre la Giornata Mondiale della Lingua Araba, celebrata dalle Nazioni Unite come “pilastro della diversità culturale dell&#8217;umanità”. La data è stata scelta per commemorare il giorno in cui, nel 1973, l&#8217;Assemblea Generale dell&#8217;ONU adottò l&#8217;arabo come una delle sue sei lingue ufficiali.</p>


<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>


<p>Nella terza e ultima infografica, sono elencate alcune delle parole più comuni nell&#8217;inglese moderno che sono di origine araba o sono passate attraverso l&#8217;arabo prima di arrivare nell&#8217;inglese.</p>


<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>


<p><strong>Come le parole arabe sono entrate in altre lingue</strong></p>


<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>


<p>Essendo la più parlata tra le lingue semitiche (un gruppo di lingue originarie dell&#8217;Asia sud-occidentale e dell&#8217;Africa), l&#8217;arabo ha influenzato le società e altre lingue per secoli.</p>
</p>


<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>


<p>I linguisti sostengono che la diffusione di parole arabe in altre lingue è dovuta a contaminazioni linguistiche avvenute nel corso della storia in campi come quelli del commercio, della cultura e del sapere.</p>


<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>


<p>Molte lingue in tutto il mondo, tra cui inglese, spagnolo, francese e turco, hanno assimilato dall&#8217;arabo centinaia o migliaia di parole che vengono utilizzate quotidianamente.</p>
</p>


<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>


<p>Muntasir Al Hamad, linguista e professore di arabo all&#8217;Università del Qatar, afferma che i prestiti linguistici rappresentano un “fenomeno naturale” per il quale le lingue si sono contaminate a vicenda per secoli.</p>


<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>


<p>“L&#8217;arabo non fa eccezione in tal senso. E ciò si riflette nella lingua, nella scienza, nella tecnologia e nella società”, spiega ad Al Jazeera.</p>


<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>


<p><strong>Un alfabeto multiforme</strong></p>


<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>


<p>L&#8217;alfabeto arabo è composto da 28 lettere. Per scrivere, si procede da destra verso sinistra. Si usa il corsivo e le lettere cambiano forma a seconda della loro posizione all&#8217;interno della parola. Le vocali brevi vengono solitamente omesse nella scrittura quotidiana.</p>
<p>


</p>
<div class="wp-block-spacer" aria-hidden="true"> </div>
<p>


<p>Tali caratteristiche, unitamente a un ricco vocabolario, hanno alimentato la percezione comune che l&#8217;apprendimento dell&#8217;arabo sia complicato per chi non è madrelingua.</p>
<p>


</p>
<div class="wp-block-spacer" aria-hidden="true"> </div>
<p>


<p>Al Hamad sostiene tuttavia che, in molti casi, tale percezione non corrisponda per nulla alla realtà. Ha infatti spiegato che sebbene “uno dei più grandi luoghi comuni rispetto alla lingua araba è che sia una delle più difficili al mondo”, in realtà “è semplicemente una lingua con modalità diverse dall&#8217;inglese o da molte lingue europee”.</p>
<p>


</p>
<div class="wp-block-spacer" aria-hidden="true"> </div>
<p>


<p>Secondo Al Hamad, seppur la scrittura araba possa risultare piuttosto estranea ad alcuni studenti, è invece “abbastanza familiare” e generalmente più facile da leggere per chi conosce lingue come l&#8217;urdu e il farsi. D&#8217;altro canto, chi parla il turco avrà meno difficoltà nel memorizzare il vocabolario, grazie alla presenza di migliaia di prestiti arabi nella lingua turca.</p>
<p><strong></p>


</strong></p>
<div class="wp-block-spacer" aria-hidden="true"> </div>
<p><strong>


<p>Dalla A di algebra alla T di tariffe</strong></p>
<p>


</p>
<div class="wp-block-spacer" aria-hidden="true"> </div>
<p>


<p>Uno dei contributi più importanti che la lingua araba ha dato all&#8217;umanità è nel campo della matematica e delle scienze.</p>
<p>Nel corso del tempo, alcune parole arabe sono state assimilate da altre lingue in forma abbreviata o adattata, diventando così familiari che spesso se ne dimentica l&#8217;origine.</p>
<p>


</p>
<div class="wp-block-spacer" aria-hidden="true"> </div>
<p>


<p>Un esempio è l&#8217;algebra, una branca fondamentale della matematica. Il termine deriva da al-giabr, che in arabo significa “restaurazione” o “riduzione”.1 Tale parola compare nel titolo di un trattato del IX secolo sulla risoluzione delle equazioni, opera dello studioso persiano Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, dal cui nome deriverà poi anche “algoritmo”.</p>
<p>


</p>
<div class="wp-block-spacer" aria-hidden="true"> </div>
<p>


<p>Altre parole hanno invece subito trasformazioni più significative: l&#8217;unità di misura per il peso delle pietre preziose, il carato, affonda le sue radici dall&#8217;arabo qīrāṭ.</p>
<p>


</p>
<div class="wp-block-spacer" aria-hidden="true"> </div>
<p>


</p>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="934" height="903" src="https://ferraristudio.it/wp-content/uploads/2026/01/words-overview-1.png" alt="Infografica che elenca 18 parole italiane di origine araba (come algebra, alcol, tariffa) con le rispettive etimologie e icone esplicative" class="wp-image-12189" style="aspect-ratio:1.0343434343434343;width:679px;height:auto" srcset="https://ferraristudio.it/wp-content/uploads/2026/01/words-overview-1.png 934w, https://ferraristudio.it/wp-content/uploads/2026/01/words-overview-1-300x290.png 300w, https://ferraristudio.it/wp-content/uploads/2026/01/words-overview-1-768x743.png 768w" sizes="(max-width: 934px) 100vw, 934px" /></figure>
</div>


<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Al Hamad, l&#8217;evoluzione di queste parole dimostrano come lingue come l&#8217;inglese adattino i suoni atipici. “Poiché l&#8217;inglese ha relativamente poche parole che iniziano con la Q”, spiega, “le parole arabe come qirat sono state modificate utilizzando suoni più familiari come C, G o K, producendo forme come ‘carat’”.</p>



<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso fenomeno si può osservare non solo nel campo della scienza e della matematica, ma anche nel vocabolario quotidiano. La parola araba zarafa, ad esempio, si è trasformata in “giraffa”, in modo adattare i suoni tipici dell&#8217;arabo alle regole fonetiche dell&#8217;inglese e di altre lingue europee, esattamente come è accaduto alle parole che in arabo iniziano con la lettera Q. </p>



<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph">D&#8217;altra canto, parole come “tariffa”, che deriva dall&#8217;arabo ta&#8217;rīfa2 (letteralmente “notificazione” o “informazione”), sono state introdotte attraverso il contatto con altre lingue impiegate negli scambi commerciali. </p>



<div style="height:28px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Al Hamad afferma che queste parole “molto probabilmente sono entrate nella lingua inglese attraverso le lingue romanze”, anche se non necessariamente nella forma che conosciamo oggi, e aggiunge che sono passate anche per il turco, che “ha attinto ampiamente dall&#8217;arabo” e ha influenzato il mondo medievale attraverso il commercio e le guerre. Successivamente, durante il colonialismo britannico, l&#8217;inglese ha sia preso prestiti dall&#8217;arabo sia contribuito con la creazione diretta di nuove parole.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Non è sempre facile per gli adulti imparare una nuova lingua ma le lezioni sono un valido esercizio</title>
		<link>https://ferraristudio.it/imparare-lingua-adulti-benefici-cervello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[info@ferraristudio.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Dec 2025 10:55:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo originale: &#8220;Older adults may struggle to learn a new language but classes are a worthwhile exercise&#8220;, di Stephen Wade, pubblicato su Apnews, 15 dicembre 2025. Traduzione di Nicole Tirabassi   TOKYO (AP) – Me la cavo bene con lo spagnolo, che ho imparato lavorando come reporter di cronaca e sport in Spagna, Messico e [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Articolo originale: &#8220;<strong>Older adults may struggle to learn a new language but classes are a worthwhile exercise</strong>&#8220;, di Stephen Wade, pubblicato su <em>Apnews</em>, 15 dicembre 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Traduzione di Nicole Tirabassi</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>


<p> </p>
<p>TOKYO (AP) – Me la cavo bene con lo spagnolo, che ho imparato lavorando come reporter di cronaca e sport in Spagna, Messico e Argentina diversi decenni fa.</p>
<p> </p>
<p>Attualmente lavoro come corrispondente a Tokyo e dopo sette anni il giapponese ancora mi sfugge. Dalle lezioni di giapponese che seguo settimanalmente ho imparato innanzitutto l’umiltà.</p>
<p> </p>
<p>L’insegnante di giapponese che ho in questo momento, Ayaka Ono, mi ha riferito di aver insegnato a circa 600 studenti in oltre 15 anni di lavoro, la maggior parte dei quali con un’età compresa tra i 20 e i 50 anni: io ho almeno dieci anni in più rispetto all’alunno più grande.</p>
<p> </p>
<p>“Trovo che i progressi degli studenti più grandi siano davvero minimi: fanno un passo in avanti e due indietro”, mi dice Ono-san (in giapponese “san” è un appellativo usato per mostrare rispetto). “Faticano a mantenere la concentrazione più di tanto: non faccio in tempo a insegnare loro qualcosa che subito dopo lo dimenticano.”</p>
<p> </p>
<p>È ormai risaputo che i bambini imparano più facilmente una seconda lingua. Negli ultimi anni, gli scienziati hanno cercato di comprendere se il bilinguismo possa aiutare a prevenire i vuoti di memoria e il declino cognitivo legati all&#8217;invecchiamento del cervello. Tuttavia, la maggior parte degli studi sui possibili benefici si è concentrata esclusivamente su persone bilingui fin dall&#8217;infanzia, escludendo coloro che hanno iniziato ad apprendere una nuova lingua in età adulta.</p>
<p> </p>
<p>“La scienza dimostra che gestire due lingue, nel corso della propria vita, rende il cervello più reattivo, più resiliente e più protetto contro il declino cognitivo”, ha affermato Ellen Bialystok, professoressa emerita di ricerca presso la York University di Toronto, a cui si attribuisce il merito di aver proposto l’idea di un possibile “vantaggio bilingue” alla fine degli anni Ottanta.</p>
<p> </p>
<p>Ci sono però buone notizie per gli adulti come me: vale la pena tentare di imparare una nuova lingua e non solo perché così è più facile ordinare da un menu quando si è all’estero. Bialystok, una neuroscienziata cognitiva, raccomanda di cimentarsi nello studio di un’altra lingua a qualsiasi età, paragonando questa sfida ai rompicapi di parole e ai giochi di allenamento cerebrale che sono raccomandati per rallentare l’insorgere della demenza.</p>
<p> </p>
<p>“Cercare di imparare una lingua in età avanzata è un’ottima idea, ma è bene mettere in chiaro che non vi renderà bilingui e che probabilmente è troppo tardi per ottenere gli effetti protettivi sull’invecchiamento cognitivo che derivano invece dal bilinguismo precoce”, ha dichiarato all’Associated Press. Tuttavia, l’apprendimento di una nuova lingua è un’attività stimolante e coinvolgente, capace di attivare diverse aree del cervello. Un vero esercizio completo per la mente.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>L’ultima ricerca </strong></p>
<p> </p>
<p>Secondo un importante studio pubblicato a novembre sulla rivista <em>Nature Aging</em>, parlare più lingue può aiutare a rallentare l&#8217;invecchiamento del cervello e questo beneficio aumenta a seconda del numero di lingue conosciute.</p>
<p> </p>
<p>I risultati, ottenuti da una ricerca che ha coinvolto 87.149 persone sane di età compresa tra i 51 e i 90 anni, “mettono in luce il ruolo chiave del multilinguismo nel promuovere processi di invecchiamento più sani”, scrivono gli autori della ricerca.</p>
<p> </p>
<p>Tuttavia, i ricercatori hanno riconosciuto alcune limitazioni dello studio, tra cui la selezione di un campione formato solo da partecipanti provenienti da 27 paesi europei caratterizzati da “diversi contesti linguistici e sociopolitici”.</p>
<p> </p>
<p>Bialystok non ha partecipato direttamente al progetto, ma ha condotto ricerche sul modo in cui bambini e adulti imparano una seconda lingua, studiando tra l’altro se il bilinguismo possa ritardare l’Alzheimer o migliorare il multitasking e il problem solving. Secondo la neuroscienziata, questa nuova ricerca “unisce tutti i tasselli”.</p>
<p> </p>
<p>“Le persone che durante il corso della loro vita hanno gestito e usato due lingue si ritrovano con un cervello più in forma e più resiliente”.</p>
<p> </p>
<p>Judith Kroll, una psicologa cognitiva che dirige il Bilinguism, Mind and Brain Lab dell’Università della California a Irvine, ha usato le espressioni “atletica mentale” e “salti mortali mentali” per descrivere come il cervello destreggi più lingue contemporaneamente.</p>
<p> </p>
<p>Ha inoltre dichiarato che sono stati fatti diversi tentativi di studio in merito all’apprendimento linguistico negli studenti adulti e le relative implicazioni.</p>
<p>“Ad oggi direi che probabilmente non ci sono abbastanza studi per avere un parere definitivo riguardo questo argomento”, ha detto all’Associated Press. “Tuttavia i risultati che abbiamo sono molto incoraggianti e suggeriscono che gli adulti più grandi possono non solo imparare nuove lingue ma anche trarne vantaggio”.</p>
<p> </p>
<p>Sono necessari ulteriori studi per verificare se le lezioni di lingua contribuiscano a preservare alcune abilità cognitive nelle persone di mezza età e oltre. Kroll ha paragonato la situazione attuale del settore a quella della fine del XX secolo, quando si credeva che l&#8217;esposizione di neonati e bambini piccoli a più di una lingua li mettesse in una posizione di svantaggio sul piano educativo.</p>
<p> </p>
<p>“Quello che sappiamo oggi è l’esatto contrario”, ha detto.</p>
<p> </p>
<p><strong>Imparare una lingua da adulti</strong></p>
<p> </p>
<p>Negli anni ‘90, quando lavoravo a Madrid, ho visitato la costa mediterranea della Spagna e sono rimasto esterrefatto dal numero di stranieri che nonostante vivessero nel paese da anni, riuscivano a dire solo poche parole in spagnolo.</p>
<p> </p>
<p>Ora invece li capisco. Quando provo a parlare in giapponese, le persone reagiscono con sorpresa e mi chiedono: “E tu da quanto tempo vivi qui?”</p>
<p> </p>
<p>Ma ho degli espedienti per orientarmi in questo ambiente linguistico ostile. Uno è quello di dire “<em>itsumono</em>” che significa “lo stesso di sempre” o “il solito”. È sufficiente per ordinare il caffè al mattino in un bar del quartiere o il pranzo nei locali che frequento abitualmente.</p>
<p> </p>
<p>Vale la pena ricordare che il giapponese, insieme all’arabo, al cantonese, al coreano e al mandarino, è una delle lingue più difficili da padroneggiare per gli anglofoni, mentre le lingue romanze come il francese, l’italiano o lo spagnolo sono più facili.</p>
<p> </p>
<p>La mia lezione settimanale è estenuante e un’ora è il massimo che riesco a reggere. Uso questa analogia: il mio cervello è come un armadio senza abbastanza grucce vuote e il giapponese non si abbina a nulla nel mio guardaroba. Il sistema di scrittura intimorisce chi parla inglese: l’ordine delle parole è invertito e l’educazione è più importante della chiarezza.</p>
<p> </p>
<p>Nei quattro anni e mezzo in cui ho lavorato come reporter da Rio de Janeiro, me la sono cavata grazie al Portuñol (un mix improvvisato di spagnolo e portoghese) e alla pazienza dei brasiliani. Con il giapponese, però, non esiste una via di mezzo simile. O lo parli oppure no.</p>
<p> </p>
<p>Il mio livello di giapponese non andrà mai oltre quello prescolare, ma sovraccaricare il cervello con le lezioni potrebbe funzionare allo stesso modo in cui i miei allenamenti regolari con i pesi mi aiutano a mantenere la forza fisica.</p>
<p> </p>
<p>Ono-san, la mia insegnante di giapponese, ha definito le app per l’apprendimento delle lingue, “meglio di niente”. Secondo Bialystok la tecnologia può rappresentare un utile alleato per l’apprendimento, “ma per fare progressi, occorre naturalmente usare la lingua in situazioni reali con altre persone”.</p>
<p> </p>
<p>“Se le persone adulte provano ad imparare una nuova lingua, non ottengono grandi risultati: non diventano bilingui”, ha detto Bialystok. “Ma lo sforzo che comporta l’apprendimento di una lingua fa bene al cervello. Quindi, quello che intendo dire è questo: ciò che è faticoso per il cervello lo rafforza. Imparare una lingua, soprattutto in età avanzata, è impegnativo ma fa bene al cervello”.</p>


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		<title>Traduzioni impossibili: perché incontriamo difficoltà nel tradurre una parola quando non abbiamo esperienza del concetto che esprime</title>
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		<dc:creator><![CDATA[info@ferraristudio.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2025 09:39:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo originale: &#8220;Impossible translations: why we struggle to translate words when we don’t experience the&#160;concept&#8221;, di Mark W. Post, pubblicato su The Conversation, 4 dicembre 2025. Traduzione di Nicole Tirabassi   Se parlate fluentemente una lingua diversa dall&#8217;inglese, avrete probabilmente notato che alcuni concetti sono impossibili da tradurre con precisione.   Un designer giapponese, incantato [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Articolo originale: &#8220;Impossible translations: why we struggle to translate words when we don’t experience the&nbsp;concept&#8221;, di Mark W. Post, pubblicato su <em>The Conversation</em>, 4 dicembre 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Traduzione di Nicole Tirabassi</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>


<p> </p>
<p><strong>Se parlate fluentemente una lingua diversa dall&#8217;inglese, avrete probabilmente notato che alcuni concetti sono impossibili da tradurre con precisione</strong><strong>.</strong></p>
<p> </p>
<p>Un designer giapponese, incantato dallo <em>shibui</em> di un oggetto (una sorta di bellezza semplice ma di un’eleganza senza tempo), potrebbe sentirsi frustrato dalla mancanza di un termine inglese che ne esprima un&#8217;esatta corrispondenza.</p>
<p> </p>
<p>Il termine danese <em>hygge</em> esprime una qualità di comfort e calore così specifica che sono serviti interi libri per cercare di definirla.</p>
<p> </p>
<p>Coloro che parlano portoghese potrebbero avere difficoltà a trasmettere il concetto di <em>saudade</em>, un misto di desiderio, nostalgia e malinconia. Ancor più ostico è per i gallesi tradurre <em>hiraeth</em>, un sentimento che aggiunge a quello stesso groviglio emotivo un richiamo struggente alla propria eredità e alle tradizioni celtiche.</p>
<p> </p>
<p><strong>Imprigionati dal linguaggio</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Le parole utilizzate nelle diverse lingue possono classificare e strutturare in modo distinto i pensieri e le esperienze di chi le parla, fornendo un supporto alla teoria della “<em>relatività linguistica</em>”.</p>
<p> </p>
<p>Nota anche come ipotesi di Sapir-Whorf, questa teoria prende le mosse <strong>dall’affermazione fatta nel 1929</strong> dal linguista americano Edward Sapir, secondo cui le lingue fungono da indicatori della “rete di modelli culturali” di chi le parla: qualora i danesi sperimentino lo <em>hygge</em>, sarà naturale avere una parola per descriverlo, al contrario se gli anglofoni non lo esperissero, non avremmo un corrispondente lessicale per descriverlo.</p>
<p> </p>
<p>Tuttavia, Sapir si spinse oltre, sostenendo che i parlanti “non vivono solo nel mondo oggettivo […] ma sono in gran parte soggetti alla propria lingua.&#8221;</p>
<p> </p>
<p>Questa solida teoria del “determinismo linguistico” implica che i parlanti inglesi possano risultare intrappolati nei limiti della propria lingua. In tal caso, non potremmo effettivamente provare <em>l&#8217;hygge</em>, o almeno non nello stesso modo in cui potrebbe sperimentarlo un danese. La parola mancante implica un concetto mancante: un vuoto nel nostro bagaglio di esperienze.</p>
<p> </p>
<p><strong>Teorie contrastanti</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Sono poche le teorie che si sono rivelate così controverse. Nel 1940 Benjamin Lee Whorf, allievo di Sapir, sosteneva che l&#8217;assenza dei tempi verbali (passato, presente, futuro) nella lingua hopi indicava che i suoi parlanti possedevano una diversa “esperienza psichica” del tempo e dell&#8217;universo rispetto ai fisici occidentali.</p>
<p> </p>
<p>Tale affermazione è stata confutata da uno <strong>studio successivo</strong> che ha dedicato quasi 400 pagine all’analisi del linguaggio del tempo nella lingua hopi, includendo concetti quali “oggi”, “gennaio” e, sì, anche discussioni su azioni che avvengono nel presente, nel passato e nel futuro.</p>
<p> </p>
<p>“E le 50 parole che gli Inuit hanno per indicare la neve?” <strong>Anche questa un’idea attribuita a Whorf. </strong>Sebbene il numero che egli effettivamente riportò fosse più vicino a sette, in seguito questo fu ritenuto allo stesso tempo <strong>troppo alto e troppo basso</strong>. (Dipende da come si definisce una “parola”).</p>
<p> </p>
<p>Più recentemente, il linguista antropologo Dan Everett ha affermato che la lingua amazzonica Pirahã è priva di “ricorsività”, ovvero la possibilità di inserire una frase all&#8217;interno di un&#8217;altra (“{Confido che {ti renderai {conto che {la mia teoria è migliore.}}}}”).</p>
<p>Se fosse vero, il Pirahã si distinguerebbe proprio per la caratteristica identificata da Chomsky come <strong>principale</strong> di tutte le lingue umane.</p>
<p> </p>
<p>Anche questa volta, le tesi di Everett sono state considerate sia <strong>estremamente rivoluzionarie</strong> che <strong>poco convincenti</strong>. Sembra che questo dibattito sia destinato a non finire mai, tanto che recentemente due importanti libri sull’argomento hanno adottato prospettive quasi diametralmente opposte, persino nei titoli, formulati in modo contrario!</p>
<p> </p>
<p><strong>La lingua come un ambiente famigliare </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Entrambe le prospettive contengono una parte di verità.</p>
<p>Alcuni aspetti delle lingue umane devono essere identici o quasi, poiché sono tutte utilizzate da membri della stessa specie umana, con lo stesso tipo di corpo, cervello e <strong>modelli di comunicazione</strong>.</p>
<p> </p>
<p>Eppure, i recenti progressi nella comprensione delle lingue indigene ci hanno fornito altri due importanti insegnamenti. In primo luogo, la varietà riscontrata tra le lingue del pianeta risulta notevolmente più significativa rispetto alle <strong>precedenti valutazioni.</strong> In secondo luogo, tali differenze sono spesso correlate ai modelli culturali ed ambientali all&#8217;interno dei quali le lingue sono <strong>storicamente utilizzate</strong>.</p>
<p> </p>
<p>Ad esempio, in molte <strong>lingue himalayane</strong>, un&#8217;espressione come “quella casa” presenta tre sfumature diverse: “quella casa più in alto”, “quella casa più in basso” e “quella casa allo stesso livello”, a seconda della zona montuosa in cui vivono i parlanti.</p>
<p> </p>
<p>Quando i parlanti si trasferiscono in regioni a quote più basse, il riferimento può passare da “in salita/in discesa” a “a monte/a valle”. Se poi non è presente un fiume abbastanza grande, questa distinzione può anche <strong>scomparire</strong>.</p>
<p> </p>
<p>Le lingue indigene asiatiche della Malaysia peninsulare dispongono di un <strong>ampio lessico</strong> specifico dedicato alla descrizione di numerose tipologie di odori naturali. Questo è un indicatore della grande diversità dell&#8217;ambiente in cui vivono i loro parlanti.</p>
<p> </p>
<p>Studi condotti su piccole comunità fortemente coese tra di loro, come i Milang dell’India nord-orientale, <strong>hanno rivelato</strong> come le lingue possano richiedere ai parlanti di specificare la fonte delle loro informazioni: se un’affermazione deriva dalla conoscenza generale del proprio gruppo sociale, oppure se è frutto di una fonte diversa, come dicerie o deduzioni basate su prove.</p>
<p> </p>
<p>I parlanti di lingue che possiedono questi sistemi di “evidenzialità” possono imparare a parlare lingue – come l’inglese – che ne sono prive. Tuttavia, le abitudini linguistiche native sono difficili da abbandonare. Uno <strong>studio recente</strong> ha mostrato che i parlanti di alcune lingue con l’evidenzialità tendono ad aggiungere più spesso parole come “presumibilmente” o “apparentemente” nelle loro affermazioni rispetto ai madrelingua inglesi.</p>
<p> </p>
<p>È possibile che le lingue umane non rappresentino una prigione dalla quale i parlanti non riescono a fuggire, bensì ambienti famigliari dai quali è difficile separarsi. Sebbene la parola di un&#8217;altra lingua possa sempre essere presa in prestito, i suoi unici significati culturali potrebbero rimanere sempre un po&#8217; al di fuori della nostra portata.</p>


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		<title>Oltre la traduzione automatica: il valore umano per le imprese</title>
		<link>https://ferraristudio.it/oltre-la-traduzione-automatica-il-valore-umano-per-le-imprese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[info@ferraristudio.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Nov 2025 08:41:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Con le nuove tecnologie del XXI secolo sembra naturale pensare che i traduttori siano superflui, sostituiti da computer più veloci e con accesso a enormi banche dati. Ma tradurre significa davvero solo passare dalla lingua A alla lingua B?   Il traduttore umano dispone di una competenza ancora non replicabile dalle macchine: una mente in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con le nuove tecnologie del XXI secolo sembra naturale pensare che i traduttori siano superflui, sostituiti da computer più veloci e con accesso a enormi banche dati. Ma tradurre significa davvero solo passare dalla lingua A alla lingua B?</p>
<p> </p>
<p>Il <strong>traduttore umano</strong> dispone di una competenza ancora non replicabile dalle macchine: una <strong>mente</strong> in grado di interpretare il significato implicito e cogliere le sfumature linguistiche, come l’ironia e i giochi di parole.</p>
<p> </p>
<p>Affidarsi ad un professionista vuol dire anche affidarsi ad un <strong>esperto del settore</strong> in cui traduce: nelle <strong>traduzioni specialistiche</strong> quali possono essere manuali di istruzioni per l’uso, oppure referti medici, la scelta del <strong>lessico</strong> è di vitale importanza. Una <strong>parola sbagliata</strong> può portare a <strong>gravi conseguenze</strong>. Molti documenti legali richiedono traduzioni certificate che solo un traduttore abilitato può firmare: non possiamo chiedere ad una macchina di “assumersi” le sue responsabilità.</p>
<p> </p>
<p>Molti clienti cercano traduttori che abbiano competenze specifiche nei vari ambiti, non solo semplici conoscenze linguistiche. La <strong>creatività</strong> gioca spesso un ruolo cruciale! Nel <strong>settore pubblicitario</strong>, la traduzione automatica comporta elevati rischi: anche un piccolo errore può far perdere efficacia al messaggio, rendendolo involontariamente <strong>buffo</strong> o <strong>poco convincente</strong>. Ad esempio, l’espressione “<em>Power to you</em>” viene spesso tradotta automaticamente come “<em>Potere a te</em>” o “<em>Forza a te</em>”, soluzioni che risultano poco incisive rispetto a una resa più coinvolgente come potrebbe essere “<em>Tutto il potere nelle tue mani</em>”.</p>
<p> </p>
<p>La <strong>mediazione culturale e stilistica</strong> di un testo rappresenta un ambito in cui il traduttore può esprimere pienamente le proprie competenze, poiché la ricerca di <strong>soluzioni creative</strong> risulta particolarmente complessa per gli algoritmi, che spesso hanno difficoltà nelle <strong>zone d&#8217;ombra</strong> del linguaggio perché non sono progettati per questo.</p>
<p> </p>
<p>I programmi digitali e i software sono progettati per <strong>supportare</strong> e rafforzare il lavoro dei traduttori (e di chiunque altro), non per rimpiazzarli. Un <strong>traduttore competente</strong> si distingue anche per il suo livello di <strong>aggiornamento tecnologico</strong>. Essere costantemente aggiornati sulle nuove tecnologie permette di ottenere valutazioni positive e aumenta la propria competitività nel mercato. Inoltre, si lavora anche più velocemente. Le aziende di oggi richiedono contenuti di qualità, prodotti in <strong>tempi rapidi</strong>, e in questo la macchina può fornire al traduttore una prima bozza di traduzione ma poi sta a lui revisionarla e decidere cosa mantenere e cosa correggere.</p>
<p> </p>
<p>La <strong>tecnologia</strong> è una parte naturale <strong>dell’evoluzione</strong> del nostro tempo, e se usata correttamente non sostituisce l’uomo ma lo valorizza. Nella traduzione, l’intelligenza artificiale può <strong>accelerare</strong> i processi, ma è il traduttore professionista che garantisce <strong>qualità</strong>, <strong>coerenza</strong> e <strong>adeguatezza culturale</strong>. Per le <strong>aziende</strong> è quindi essenziale gestire in modo consapevole questi strumenti, guidandoli e non lasciandosi guidare: l’impiego di <strong>strumenti tecnologici</strong> da parte di <strong>personale inesperto</strong> può compromettere la <strong>qualità</strong> dei contenuti, generando testi che possono sembrare soddisfacenti solo a chi non ha conoscenze specifiche del settore.</p>
<p> </p>
<p>Investire in <strong>risorse umane</strong> capaci di <strong>aggiornarsi costantemente</strong> permette di adattarsi a un mercato in continua trasformazione. In quest’ottica, la <strong>sinergia</strong> tra competenze umane e tecnologia diventa il vero <strong>punto di forza</strong>: un traduttore che sa integrare strumenti digitali e sensibilità linguistica è in grado di offrire soluzioni sempre più raffinate e personalizzate alle esigenze delle aziende.</p>


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		<title>Le lingue fanno la differenza nel turismo: mito o realtà?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[info@ferraristudio.it]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jul 2025 07:23:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Viaggiare, accogliere, comunicare: l’arte delle lingue nel turismo   Nella società odierna, caratterizzata da connessioni globali sempre più strette, la conoscenza delle lingue straniere non rappresenta soltanto una competenza utile, ma si configura sempre più come una necessità concreta. In particolare nel settore turistico, dove la comunicazione costituisce la base di ogni interazione, la padronanza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="10108" class="elementor elementor-10108" data-elementor-post-type="post">
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				<div class="elementor-widget-container">
									<h3><strong>Viaggiare, accogliere, comunicare: l’arte delle lingue nel turismo</strong></h3>
<p> </p>
<p>Nella società odierna, caratterizzata da connessioni globali sempre più strette, la conoscenza delle lingue straniere non rappresenta soltanto una competenza utile, ma si configura sempre più come una necessità concreta. In particolare nel <strong>settore turistico</strong>, dove la comunicazione costituisce la base di ogni interazione, la padronanza linguistica assume un ruolo centrale.</p>
<p> </p>
<p>Viaggiare non è più un privilegio riservato a pochi, ma una realtà accessibile a milioni di persone. Ogni viaggio implica uno scambio culturale fatto di incontri, esperienze e soprattutto di parole. In questo contesto, la lingua si presenta come il primo vero strumento di accoglienza: che si tratti del personale di una struttura ricettiva, di una guida turistica o di un addetto alla ristorazione, la capacità di comunicare con il cliente nella sua lingua o, almeno, in una lingua veicolare come <strong>l’inglese</strong>, può influenzare in modo significativo la qualità dell’esperienza vissuta.</p>
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<p>Secondo un’indagine della Commissione Europea, <strong>il 79% dei turisti europei preferisce viaggiare in Paesi dove è possibile comunicare con facilità.</strong> Questo dato evidenzia quanto la competenza linguistica incida sull’attrattività di una destinazione e sulla soddisfazione del viaggiatore.</p>
<p> </p>
<p>La conoscenza delle lingue, inoltre, non si limita alla semplice trasmissione di informazioni, ma favorisce una comprensione più profonda della cultura altrui, delle sue abitudini e dei suoi valori. In ambito turistico, tale comprensione è essenziale per offrire un servizio empatico, personalizzato e di qualità.</p>
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<p>I numeri confermano l’importanza strategica delle lingue nel turismo: secondo il <em>World Travel &amp; Tourism Council (WTTC)</em>, <strong>il settore turistico rappresenta circa il 9,1% del PIL mondiale e impiega una persona su dieci a livello globale.</strong> All’interno di questo mercato in continua espansione, la conoscenza delle lingue costituisce un vantaggio competitivo. Uno studio del <em>Cedefop</em> (Centro Europeo per lo Sviluppo della Formazione Professionale) rileva che <strong>oltre il 50% delle offerte di lavoro nel turismo richiede almeno la conoscenza dell’inglese, spesso accompagnata da una seconda lingua</strong> come <strong>il francese, il tedesco o lo spagnolo.</strong> Cresce, inoltre, la richiesta di lingue meno comuni ma sempre più strategiche, come <strong>il cinese, il russo o l’arabo.</strong></p>
<p> </p>
<p>Anche nel contesto della formazione scolastica e degli stage nel settore turistico, la competenza linguistica risulta determinante. Le opportunità di tirocinio o di mobilità internazionale vengono frequentemente riservate a chi possiede un buon livello in due o più lingue straniere, a conferma del fatto che investire nello studio linguistico può incidere concretamente sul futuro professionale.</p>
<p> </p>
<p>Oltre all’aspetto lavorativo, va sottolineato anche il valore personale del <strong>multilinguismo</strong>. Comprendere e parlare la lingua del luogo visitato consente di vivere un’esperienza più autentica, di allontanarsi dai percorsi turistici standardizzati e di instaurare un contatto diretto con la popolazione locale. È proprio questa dimensione personale e culturale che rende il turismo un’esperienza unica e irripetibile.</p>
<p> </p>
<p>Nel turismo, le lingue rappresentano dunque <strong>il ponte che collega le persone e i popoli</strong>. Non si tratta soltanto di uno strumento per farsi comprendere, ma di una chiave che apre le porte a culture diverse, costruisce relazioni autentiche e rende l’interazione più ricca e significativa. Parlare la lingua del visitatore significa accoglierlo, farlo sentire valorizzato e interpretarne meglio le esigenze, riducendo i malintesi e migliorando la qualità del servizio offerto.</p>
<p> </p>
<p>Un esempio concreto può chiarire questo concetto: un receptionist che conosce il francese ha la possibilità di accogliere un turista parigino con un caloroso <em>«Bienvenue!»</em>, offrendo spiegazioni e consigli nella sua lingua madre. Questo piccolo gesto ha un impatto significativo sull’esperienza dell’ospite, che si sentirà più accolto, compreso e propenso a tornare o a consigliare la struttura ad altri.</p>
<p> </p>
<p>La conoscenza delle lingue favorisce inoltre uno <strong>scambio culturale più profondo</strong>: il turista non è più un semplice spettatore, ma diventa un protagonista attivo del viaggio. Le lingue arricchiscono l’esperienza turistica e contribuiscono a costruire ponti di comprensione, rispetto e cooperazione tra le culture. In un mondo che necessita sempre più di dialogo e inclusione, ogni lingua appresa rappresenta un’opportunità in più — sia dal punto di vista personale che professionale.</p>								</div>
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		<title>Scopri come rendere i tuoi contenuti multilingue conformi all’European Accessibility Act</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jul 2025 15:45:49 +0000</pubDate>
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									<p>Come saprai, dal <strong>28 giugno 2025</strong>, è entrata in vigore in tutta l&#8217;Unione Europea la <strong>Direttiva sull’accessibilità dei prodotti e dei servizi (European Accessibility Act – EAA)</strong>.</p>
<p>Questa normativa ha un impatto diretto su molte realtà, soprattutto su chi offre servizi digitali, contenuti online, e-commerce, strumenti bancari, e-learning e molto altro.</p>
<p> </p>
<p><strong>Cosa significa in concreto?</strong><br />Tutti i contenuti dovranno essere fruibili anche da persone con disabilità, nel rispetto dei principi di accessibilità previsti dagli standard europei. Questo include anche:</p>
<p> </p>
<ul>
<li>Siti web e app mobili</li>
<li>Documentazione tecnica e informativa</li>
<li>Contenuti video e multimediali</li>
<li>Materiale promozionale e istruzioni d’uso</li>
<li>Comunicazioni contrattuali e customer care</li>
</ul>
<p><strong>E il linguaggio gioca un ruolo chiave.</strong><br />Una comunicazione accessibile non è solo una questione tecnica: <strong>è una questione linguistica</strong>.</p>
<p><br />Testi chiari, inclusivi, privi di barriere culturali o linguistiche sono essenziali per garantire un’esperienza equa a tutti gli utenti.</p>
<p> </p>
<p><strong>Come possiamo aiutarti</strong><br />Il nostro studio è specializzato in <strong>servizi linguistici accessibili</strong>, tra cui:</p>
<p> </p>
<ul>
<li>Riscrittura di testi in linguaggio semplice e inclusivo</li>
<li>Traduzioni conformi agli standard di accessibilità</li>
<li>Localizzazione di contenuti per strumenti assistivi (screen reader, sottotitoli, descrizioni audio)</li>
<li>Revisione di documentazione per l’adeguamento alla normativa EAA</li>
</ul>
<p><strong>Essere conformi non è solo un obbligo legale, ma un vantaggio competitivo.</strong><br />Investire nell’accessibilità significa raggiungere più persone, migliorare la reputazione del proprio brand e offrire un servizio davvero universale.</p>
<p>Vuoi adeguare i tuoi contenuti alla nuova normativa?</p>
<p><br />Contattaci per una consulenza gratuita,</p>
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